Il mio romanzo La storia di Chiara
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La storia di Chiara

Inviato il Nov. 7, 2006 alle 11:08 AM - 11 Comments - Invia un commento - Link


 

NUOV E VOCI
Narrativa

La storia di Chiara
Edizioni Il Filo
Elisabetta Loiero
Copyright © 2005 Il Filo S.r.l., Roma
www.ilfiloonline.it
ISBN 88-7842-224-X
I edizione settembre 2005
stampato da Global Print, Gorgonzola (Milano)
A Mattia,
che mi ha accompagnato
nella stesura di queste righe

“Scrivere è una delle attività più solitarie del mondo. [...]
Osservo il mare sconosciuto della mia anima e scorgo alcune isole [...]
Allora prendo la mia barca - il suo nome è “Parola” -
e scelgo di navigare verso la più vicina. [...]
E, con mia perenne sorpresa, scopro che alcune persone
erano alla ricerca di quell’isola e la incontrano proprio nel libro.[...]
Da quel momento, non sono più quell’uomo smarrito nella tempesta:
ritrovo me stesso attraverso i miei lettori...”
Paulo Coelho, Lo Zahir

LA STORIA DI CHIARA

Non annoierò voi lettori (spero ce ne sarà più di uno), scrivendo che
il mio sogno di bambina è sempre stato quello di diventare una scrittrice
famosa (anche se per un periodo della mia infanzia lo è stato davvero!),
oppure stilando pagine fitte di ringraziamenti, che non legge mai nessuno.
Premetterò al mio primo breve romanzo, o piuttosto racconto lungo, solo
l’occasione che mi ha portato a scriverlo. E mi sembra già abbastanza per
annoiarvi!
La storia di Chiara mi ha tenuto molta compagnia l’anno scorso di
questi tempi. Era novembre 2003, quando, per ingannare il tempo (ero
costretta a riposo assoluto per presunto parto prematuro), ho incominciato a
scrivere sul pc e, “una parola tira l’altra”, eccoci qui a sperare che qualcuno
legga fino alla fine ciò che ho scritto. Velleità virtuosistica? Ambizione?
Boh, forse solo l’entusiasmo e un pizzico di vanità, si capisce…
Avevo promesso di esser breve, sicché vi lascio a Chiara e a questa
semplice storia dei giorni nostri. Spero di non avervi annoiato e soprattutto
di non averlo fatto con il mio lavoro: questa è la mia unica e sola pretesa.

CAPITOLO PRIMO
«No, non intendo sposarti» rispose freddamente Chiara di
fronte a quella proposta, che da sempre aveva sognato, o così
le era parso. Paolo rimase attonito, con lo sguardo fisso, perso
nel vuoto e con ancora nelle mani l’astuccio, che conteneva il
prezioso solitario.
«Ma come? Cosa hai detto?»
«Ho detto che non voglio sposarti, anzi che non voglio
sposarmi e ora scusami davvero, ma vorrei rimanere sola.»
«Chiara, proprio non capisco, tu rifiuti la mia proposta?!
Tu mi stai dicendo che dopo tutti questi anni, non hai intenzione
di sposarmi?» Paolo quasi balbettava e qualche goccia
di sudore gli inumidiva la fronte. Non poteva crederci. Chiara,
con estrema lucidità, lo invitò a lasciare la casa, accompagnandolo
fino alla porta.
«Domani ti chiamo, vedrai che ci penserai con calma e ne
riparleremo, ok?» Paolo cercò di abbracciarla, ma Chiara gli
diede un bacio sulla guancia, gli chiese scusa e poi sbatté la
porta con una tale forza, quasi si fosse liberata del peso più
grande della sua vita!
Eh, sì, la verità infatti era proprio questa: lei, bella ragazza
borghese, felice e appagata, mandava in aria il suo fidanzamento
con il delizioso, ricco e gentile Paolo, nonché ingegnere
Facchinetti. E la cosa non la infastidiva affatto, anzi, si
sentiva sollevata e finalmente libera. Per la prima volta in vita
sua era tranquilla e in pace con se stessa.
Ma cosa era successo: non si sentiva forse felice con Paolo?
Non formavano una coppia perfetta, ammirata e invidiata
da tutti? Non era lui l’incarnazione quasi reale del principe
azzurro che le ragazze di tutto il mondo sognano? Forse era
proprio questo. L’eccessiva “perfezione” l’aveva stretta in una
morsa ed ora finalmente riusciva a respirare.

CAPITOLO SECONDO
31 ottobre: Halloween.
«Silvia, perché non passi da me per un the oggi pomeriggio?
»
«Va bene, appena termina la lezione di storia faccio un salto
da te.»
Silvia la raggiunse a casa dopo un paio d’ore circa.
«Ho lasciato Paolo.»
«Come hai lasciato Paolo? E me lo dici così??! Cosa è successo,
cosa ti ha fatto?»
«Non mi ha fatto proprio nulla, l’ho lasciato e basta, comunque
non ho voglia di parlarne, volevo solo che tu sapessi.
»
«Scusa, lasci Paolo dopo cinque anni che state insieme,
senza un apparente motivo, e non vuoi parlarne?»
«Ieri mi aveva chiesto di sposarlo e io… ho rifiutato e l’ho
lasciato.»
«Cosa?! E perché? Oh, ho capito ti sei spaventata, ma sai è
normale avere un po’ di paura in questi casi, però…»
«No, Silvia, la paura non c’entra, la verità è che d’un tratto
mi sento libera e felice, come mai prima in vita mia, questo
significa che ho preso la decisione giusta.»
«Ma cosa stai dicendo?»
Drin Drin
«Aspetta, vado a prendere il telefono.»
«Paolo, mi dispiace, ma no ho più niente da dirti, vederci
stasera non cambierà le cose, te lo assicuro… non ho voglia
di vederti, né stasera, né mai, non era mia intenzione farti
stare male, ma ti assicuro che è meglio così, te ne accorgerai,
addio…»
Clic
«Ma cosa ti succede, Chiara? Pochi giorni fa avresti fatto i
salti di gioia per una proposta del genere, tu ami Paolo, non è
forse così? Si tratta di un’altra storia, vero? Hai una storia con
qualcun altro?»
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«No, Silvia, non ho nessun altro, solo ho capito che Paolo
non è la persona giusta per me, tutto qui; adesso però ti prego
di smetterla con questo discorso: è un capitolo chiuso.»
«Come preferisci tu, anche se proprio non ti capisco. Forse
ora sei troppo sconvolta e non hai voglia di parlarne, ma sappi
che quando lo vorrai, io sarò qui ad ascoltarti, ok?»
CAPITOLO TERZO
«Allora, si esce stasera?»
«Se per te va bene, Chiara, ma tu proprio non me la racconti
giusta, sei troppo strana, mi stai nascondendo qualcosa!»
«Come potrei nasconderti qualcosa? Sei la mia migliore
amica. Silvia, ti ho già detto che per me il discorso è chiuso:
lasciarlo è stata la cosa più naturale e più indolore del mondo,
te lo giuro. Comunque, ora ho voglia di divertirmi, dove si va
stasera? E soprattutto da cosa ci travestiamo?» «Mah, per me
sei tutta matta!»
Il locale era molto affollato e pieno di fumo. Ovunque
scheletri, streghe, pipistrelli e fantasmi, oltre a tante inquietanti
zucche illuminate, naturalmente. La musica, molto assordante,
era però coperta dal vocio confuso e continuo della
gente.
«Non dovresti bere così tanto, Chiara, è già il terzo Daiquiri
che bevi!»
«E allora?! Voglio festeggiare la mia libertà.»
«Io non esagererei.»
«Guarda quel tipo, non è male, vero?»
«Non ti sembra di affrettare un po’ le cose, Chiara…»
«Non sarai diventata bigotta all’improvviso, vero?»
«No, ma, fino a ieri sera eri con Paolo e lui ti hai chiesto di
sposarlo, con tanto di diamante mozzafiato!»
«Finiscila, Silvia, non ho proprio bisogno che tu mia faccia
la morale, vado al bar a prendere qualcosa; tu, intanto, cerca
di rilassarti un po’, ok?»
Silvia rimase di stucco, non fece in tempo a risponderle,
che la vide inoltrarsi in mezzo al fumo e farsi strada fino al
bancone. Dietro di lei c’era quel ragazzo vestito da punk (o lo
era davvero?!). La raggiunse al bancone, aveva notato infatti
che lo guardava in modo particolare, fece cenno al barman di
dargli due bicchieri di birra e, dopo nemmeno due parole, si
allontanò con Chiara. Quella fu l’ultima volta che Silvia vide
la sua amica.
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«Dolcetto o scherzetto?»
«Scherzetto» rispose Chiara al ragazzo.
«Bene, se vuoi giocare con me, accomodati, ma sappi che
potrebbe essere pericoloso»
«Oh, che paura, ho i brividi…»
«Non fare la spiritosa con me, ragazzina, o potrei anche
arrabbiarmi!»
«E tu cerca di darti una calmata, chi credi di essere?»
«Sei o non sei una streghetta?» disse il ragazzo, accarezzandole
i neri capelli della parrucca. «E allora se sei una streghetta,
fammi vedere qualche magia.»
«Mi sembra proprio che tu stia esagerando, vedi di finirla.
»
«Hai ragione, scusami, ho forzato un po’ la mano, ricominciamo
da capo, ti va? Hai un nome, strega?»
«Mi chiamo Chiara e tu?»
«Denny, anche se tutti mi chiamano Dik. Senti, fa troppo
caldo qua dentro, che ne dici di uscire a prendere una boccata
d’aria, ti va?»
«Va bene, avviso la mia amica e poi usciamo, ok?»
«Dai, ma stiamo fuori solo qualche minuto, non ne vale
la pena… piuttosto ci conviene prendere una vodka, qui fa
caldo, ma magari fuori avremo freddo.»
«Sì, ma ora il bancone si è riempito di gente, non vedi?»
«Sai cosa facciamo, in macchina ho una bottiglia di rhum,
se ne avessimo bisogno per scaldarci un po’, prenderemo
quella. Dai, ora usciamo.»
CAPITOLO QUARTO
La prese per mano e la portò fuori dal locale. Il cielo era
chiaro e persino stellato. Se non fosse stato per i sei gradi
di temperatura, sarebbe sembrata una di quelle notti estive,
quando il cielo di città si sgombra dalle nuvole e si apre al blu
intenso, illuminato a giorno dalle stelle e soprattutto dalle luci
dei palazzi e dai lampioni.
Non c’era un soffio di vento e si respirava, finalmente fuori
da quel miscuglio di odori e rumori, così invadenti e penetranti.
I due si accasciarono per qualche minuto sugli scalini
del locale. Poi, mentre Dik cercava di baciarla, Chiara lo interruppe,
dicendo: «Ma la tua bottiglia di rhum? Incomincio a
sentire un po’ di freddo…»
«Hai ragione» rispose, sfiorandole con tenerezza la guancia
destra. Sembrava davvero un ragazzo diverso da quello
che l’aveva sfidata e quasi minacciata solo pochi minuti prima.
Ora, guardandolo sotto la luce dei lampioni, che costeggiavano
il piccolo giardino dietro al locale, sembrava molto più
fragile e, a dire il vero, era anche carino.
«Dovremo camminare un po’ per raggiungere la macchina,
sai come è difficile trovare parcheggio a Milano, comunque
saranno cinque minuti…»
«Non importa, magari camminando ci scaldiamo anche un
po’. Ma tu eri solo qua al locale?»
«No, ero con alcuni amici, che sono andati via perché domani
incominciano a lavorare molto presto, così hanno preferito
andare a dormire.»
«Beh, effettivamente sono le cinque! Sai che me ne sto rendendo
conto soltanto adesso!»
«Eccoci arrivati, aspetta che ti apro la portiera.»
«Ma che galante che sei!»
«No, il fatto è che la portiera è un po’ difettosa.» si giustificò
Dik, diventando tutto rosso.
La macchina era una Panda vecchio modello, di colore
blu: la vecchia carrozzeria lasciava che alcuni gelidi spifferi
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entrassero nel piccolo abitacolo. Con molta semplicità, i due
si passarono più volte la bottiglia e si misero a bere a canna. Il
rhum si lasciava bere, come se fosse the e, in meno di quindici
minuti, si erano già scolati la bottiglia intera, mentre ascoltavano
alla radio i successi dell’estate ormai lontana.
A Chiara girava forte la testa, Dik se ne accorse e a un
certo punto l’abbracciò a sé, quasi la conoscesse da sempre,
poi le sfilò la parrucca e le accarezzò i morbidi capelli castani.
Chiara cominciò a piangere, prima in sordina, poi sempre più
forte fino a singhiozzare.
Erano trascorsi solo trenta minuti da quando aveva salutato
Silvia al disco pub ed erano poco distanti dalla discoteca,
eppure le sembravano passati anni luce! Chiara spense la radio
e si liberò da quell’ abbraccio. «Non hai qualcosa per tirarmi
un po’ su, mi sento proprio a terra e non sopporto di stare
così?»
«Sì, tieni, con questa ti sentirai molto meglio.»
Dik tirò fuori dal giubbotto di pelle una pasticca colorata.
CAPITOLO QUINTO
«Andiamo, portami via.»
«Dove?»
«Lontano, via da qui.»
«Va bene» rispose Dik, che a sprazzi ancora ragionava.
«Ti farà bene un giro, ti schiarirà un po’ le idee, mi sembri
alquanto confusa.»
Silvia doveva essere molto preoccupata, ma questo non
turbava affatto Chiara: per lei ora era l’ultimo dei pensieri. E
poi, anche se avesse voluto rintracciarla, era impossibile, perché
aveva lasciato il cellulare nella borsa sul divanetto accanto
all’amica. Con sé aveva solo qualche spicciolo nella tasca posteriore
(circa venti euro) e uno specchietto. Con lo sguardo
perso, intravedeva i suoi occhi lucidi attraverso il finestrino
appannato. Fuori il buio era totale e la notte avvolgeva case e
strade, coprendo le poche luci accese.
Dik guidava lentamente, quasi a passo d’uomo. A Chiara
sembrò di ballare una danza soave, rassicurante, si vedeva,
come da fuori, girare come una piroetta, come quelle ballerine
dei carillon. Eppure, era rilassata, si sentiva stranamente a suo
agio, in quella macchina scassata, con un estraneo.
Non riusciva a quantificare quanti chilometri avessero fatto,
si sentiva tranquilla, non pensava a nulla ora, era in uno
stato di quiete assoluta e dopo le “piroette”, adesso c’era il
silenzio, fuori e dentro di lei.
Non “ballava” più, non pensava più a niente. Stava quasi
per addormentarsi.

CAPITOLO SESTO
A un certo punto sentì un forte scossone dentro di sé: le
gambe erano molli, la testa le girava all’impazzata, la vista si
annebbiò completamente, non vedeva più nulla. Pochi secondi
di grande confusione e poi Chiara si liberò e buttò fuori
non solo i liquidi ingeriti (per lo più alcolici), ma probabilmente
anche qualcos’altro.
Buttò fuori l’anima e in un colpo solo ricacciò fuori tutta la
sua vita passata: Paolo, Silvia, la sua famiglia.
A Dik non dovette piacere quel disgustoso spettacolo, che,
anche se inevitabile, fu comunque inaspettato, così, senza
pensarci due volte, aprì lo sportello e scaraventò Chiara sul
ciglio della strada. Forse non era poi tanto più sobrio di lei.
Per fortuna, la macchina procedeva lentissima e la caduta le
provocò solamente un leggero sbigottimento.
Mentre vedeva allontanarsi la macchina blu, ebbe il tempo
e la forza di insultare Dik, biascicando qualche oscenità,
poi, quasi gattonando, si allontanò dalla strada e si rifugiò in
aperta campagna. Si addormentò quasi subito. Era esausta e si
abbandonò al sonno più profondo, dormendo per ore e ore,
come non le accadeva da anni.
Un sonno lungo e appagante.

CAPITOLO SETTIMO
L’indomani il sole era già alto nel cielo: sarà stato quasi
mezzogiorno. Chiara era completamente adagiata nell’erba
umida. Gli effetti della sbronza e della pasticca erano quasi
passati, grazie allo “spettacolo disgustoso” ed ora si sentiva
infinitamente bene.
Era riposata, piena di energia e più di ogni altra cosa ciò
che le piaceva, pur in quella situazione, era di non dover rendere
conto a nessuno. La sensazione di libertà, cominciata due
giorni prima, quando aveva lasciato Paolo, ora la permeava
completamente e l’avrebbe accompagnata per molto tempo.
Non sapeva esattamente perché, ma dentro di sé si sentiva
serena e quasi quasi felice… Eh, sì, “felice”. Cosa significava
esserlo e quale differenza poteva esserci fra “essere” e “sentirsi”
felice? Ce n’era, eccome.
Ma in quel momento, lei aveva la precisa e netta sensazione
di sentirsi tale. La circostanza non era delle migliori, altri
forse si sarebbero sentiti disperati o in preda al panico, lei no,
distesa sull’erba alta della periferia milanese, spettinata, sporca
dal trucco della sera precedente, sola, godeva una piacevole
sensazione di benessere e si compiaceva di questo. Forse era
solo pazza o lo stava diventando.
Era da sola: questo le piaceva e la rendeva così stranamente
serena e soddisfatta, di fronte a se stessa, ma soprattutto alle
sue scelte e alla sua vita.

CAPITOLO OTTAVO
Non aveva alcuna voglia di alzarsi.
Era come una di quelle domeniche (poche) in cui la mattina
diventa mezzogiorno e ci si impigrisce così tanto, che il
solo pensiero di alzarsi dal letto, stanca. “Ubriaca” di sonno,
riposata e appagata, senza impegni di alcun genere, aveva quasi
il desiderio di ciondolarsi ancora un po’. Finalmente si alzò
da quel freddo letto, le ossa le facevano un po’ male, dopo tutto
era novembre! Incominciò a starnutire e, uno dopo l’altro,
i numerosi starnuti risuonarono nella campagna.
Chiara non vide nessuno. Tirò fuori dalla tasca lo specchietto,
che era rimasto miracolosamente intatto, si osservò
a lungo, sperando che l’immagine riflessa le consigliasse cosa
fare. Vide un bel viso, sebbene tutto impasticciato di trucco,
una fronte spaziosa, due grandi occhi nocciola, bordati da
uno strato di pesante matita e mascara, un naso piccolo e leggermente
all’insù, due guance pallide, ma tornite, una bocca
graziosa, solo un po’ involgarita dal rossetto (quello che era
rimasto) color violaceo.
Si interrogava, continuando a guardarsi, ma la risposta attesa
non arrivò. Nessun segnale, nessun messaggio.
E la parrucca? Con tutto quello che era possibile domandarsi
in quel momento, lei si chiedeva dove fosse finita la sua
parrucca! Sicuramente l’aveva lasciata in quella Panda blu…
Per un attimo la mente si fermò a quel ragazzo punk e alla
nottata appena trascorsa. Per quanto fosse stupido quel pensiero
le venne prima di tanti altri, forse più importanti. Stava
diventando davvero pazza?! Da quel momento non pensò
mai più a Dik, a quella notte, a quanto era successo.

CAPITOLO NONO
Si alzò e decise di proseguire alle sue spalle.
Non sapeva perché, ma istintivamente preferì andare verso
la campagna e non in direzione della strada.
Dopo circa dieci minuti di cammino solitario, lasciandosi
dietro un silenzio assordante e filari di pioppi ordinati come
tanti soldati in riga, vide dei getti d’acqua usati per l’irrigazione,
un grande campo e in lontananza una vecchia cascina.
Il campo era deserto, tutto intorno albergava il silenzio e un
tepore leggero si diffondeva tra le piante.
D’istinto, Chiara attraversò un pezzo di campo e come un
gatto con la sua ciotola, si bagnò il viso cercando di eliminare
il trucco, ormai rimasto solo a tracce. Poi si avviò verso la cascina,
sperando di incontrare finalmente qualcuno.

CAPITOLO DECIMO
Quel qualcuno si fece vedere. Nella corte della cascina una
signora piuttosto grossa, di mezza età, stava dando da mangiare
alle galline.
«Cosa vuoi? Sei forse una zingara?»
«No, signora, credo solo di essermi persa. Ero con il mio
ragazzo l’altra notte, abbiamo avuto un incidente in macchina
e io mi sono ritrovata qui in mezzo al campo.»
«Ah, capisco… se hai bisogno di fare una telefonata o di
rinfrescarti un po’…» disse poi con un tono un po’ titubante,
sperando che Chiara rifiutasse.
Lei non ebbe esitazione, approfittare di un bagno per darsi
una sistemata era un’ottima idea, quanto alla telefonata non
pensava minimamente ad avvisare i suoi: non ne aveva alcuna
intenzione. Avrebbe avvisato Silvia, si sarebbe mostrata molto
tranquilla con lei, in modo che nessuno la cercasse, almeno
per un po’, cosicché potesse dedicarsi alla sua libertà, senza
venire cercata da nessuno.
«Sto benissimo, Silvia. Tutto a posto.»
«Ma dove sei?! I tuoi stavano per andare alla polizia. Quel
tipo della discoteca è lì con te?»
«Sì, è con me, di’ pure ai miei di non allarmarsi, sto partendo
con Dik per una vacanza, una lunga vacanza, mi farò sentire
io, non preoccuparti» le rispose con voce calma e sicura.
«Passami questo Dik, da dove chiami?»
«Silvia, ti ho già detto che va tutto bene, ho solo voglia di
spassarmela un po’, fare un viaggio, vivere qualche avventura,
che c’è di male? Ho solo voglia, tanta voglia di divertirmi un
po’… tutto qui. Ora scusami, devo lasciarti, Dik mi aspetta in
macchina.»
«Chiara, aspetta…»
Clic
Silvia non sapeva se credere o meno a Chiara, temeva fosse
tutto organizzato da quello strano tipo, che proprio non le
piaceva, comunque le era sembrata molto tranquilla e sicura
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di sé, quindi pensò non fosse il caso di allarmarsi più di tanto.
Aveva appena lasciato Paolo dopo cinque anni, così senza
apparente motivo, aveva voglia di partire e stare da sola, probabilmente
era una reazione, che lei non condivideva, però
pensò potesse essere plausibile e si fidò di lei, come aveva
sempre fatto.
Chiara, dal canto suo, era certa che almeno per un po’
l’avrebbero lasciata stare.
La signora era stata molto discreta, aveva chiuso la porta
del corridoio, dove c’era il telefono e poi le aveva indicato il
bagno; il suo timore iniziale e prevedibile si stava gradualmente
trasformando in una inaspettata gentilezza.
Chiara entrò in bagno, si diede una pettinata veloce e poi si
tagliò i capelli: un taglio netto, zac.
«Tutto a posto?» le chiese la signora, preoccupata per il
tempo che ci stava mettendo.
«Sì, sto per uscire, grazie.»
«Ma si è tagliata i capelli?!»
«Sì, mi sento molto più leggera e in ordine ora.»
«Lei ha detto di aver avuto un incidente, ma non ha nemmeno
un graffio! Ed ora i capelli!»
«Sì, sono stata molto fortunata, devo ammetterlo, sono
riuscita a catapultarmi fuori dall’auto prima dello schianto, invece,
da quanto ho saputo il mio ragazzo è in ospedale, devo
raggiungerlo al più presto. A proposito, dov’è la stazione più
vicina?»
«Non è forse il caso che si faccia venire a prendere da qualcuno?
Mi sembra un po’ sotto choc, sa la storia dei capelli…
e poi la vedo un po’ strana, confusa.»
«No, grazie, comunque non potrebbe venire nessuno a
prendermi, sono tutti in ospedale.»
«Mio marito tornerà fra poco, se vuole la faccio accompagnare.
La stazione dista circa venti chilometri da qui. Con il
pullman ci vorrà quasi un’ora!»
«No, la ringrazio, ho già disturbato abbastanza, prenderò
il pullman» rispose Chiara, che, dopo aver ascoltato le indicazioni,
si avviò verso la pensilina, a un chilometro circa dalla
cascina.
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Mentre aspettava, osservava la strada. Da una parte si
stendevano le risaie, grandi, immense, delimitate da un lungo
fossato, dall’altra, in lontananza si intravedeva uno stradone,
forse una statale. Non aveva assolutamente idea di dove si
trovasse, eppure non doveva essere così lontana da quella che
fino a pochi giorni prima era casa sua e tutto il suo mondo.
Ma non riusciva proprio a pensarci, non voleva pensarci: era
come se la sua vita tutta d’un tratto si fosse azzerata, ora lei si
sentiva immersa nel desiderio di una vita nuova e soprattutto
era in cerca del bene più prezioso: la libertà. Persa in questi
pensieri, si ritrovò seduta sul pullman: oltre a lei c’erano solo
altre due persone, anziane, che sarebbero scese di lì a poco.

CAPITOLO UNDICESIMO
Arrivò a Borgo S. Orsola, un piccolo paesino, prossimo
alla provincia piemontese. Di qui, prese il primo treno per
Milano. Una volta arrivata in Stazione Centrale, avrebbe avuto
più possibilità di scelta per il suo viaggio. Il fatto è che l’unica
certezza che aveva in questo momento era viaggiare, ma
riguardo al dove si sarebbe affidata al caso. Si compiaceva di
questa casualità, non aveva voglia di programmare nulla.
Dopo un’ora circa di viaggio, arrivò a Milano.
Il paesaggio dal finestrino era stato davvero monotono e
decisamente triste. La stazione era immensa e le parve ancora
più grande dopo aver visto quella di S. Orsola. Mentre il treno
vi stava facendo il suo ingresso, le sembrò quasi di esser inghiottita
dalla bocca di una balena e per un momento si sentì
mancare il respiro.
Era la prima volta che sentiva un po’ d’ansia, da quando
aveva deciso (lo aveva deciso?) di mettere la parola fine alla
Chiara “di prima”. No, non lo aveva deciso, l’aveva scelto, o
meglio era stata guidata da una sorta di forza interiore, che
l’accompagnava da quando aveva lasciato Paolo su due piedi,
istintivamente.
Sentiva man mano che questa forza cresceva in lei, in modo
irrefrenabile, come un liquido a lungo trattenuto in una bottiglia,
ora voleva uscire, uscire allo scoperto.

CAPITOLO DODICESIMO
«Quando parte il primo treno?» domandò alla biglietteria.
«Alle quindici e quarantacinque ed è diretto a…»
«No, non importa la destinazione, mi indichi il binario, lo
prendo, quanto costa il biglietto se scendo all’ultima fermata?
»
«Sono diciotto euro e trentasei centesimi, si sbrighi, mancano
cinque minuti alla partenza, binario undici, interregionale
cinquecentosessantadue.»
«Bene, grazie» e si affrettò a salire sul treno, senza nemmeno
curarsi di guardare la destinazione sul monitor.
Stava giocando, sì, stava proprio giocando con il suo destino.
Se la voce dello speaker non avesse annunciato il treno,
Chiara non si sarebbe affatto interessata a scoprire che stava
per andare in Toscana.
L’ansia ormai era lontana, dentro di sé solo una sorta di
gioia segreta e profonda.
«Buon giorno» disse sorridente alle due persone che condividevano
con lei lo scompartimento. Era stranamente socievole
e aveva una gran voglia di chiacchierare.
«Buon giorno a lei, che Dio l’accompagni» le rispose la
suora. L’altra persona era una ragazza, forse un po’ più giovane
di lei, probabilmente un’universitaria di ritorno a casa.
«Buon giorno, piacere, mi chiamo Francesca.»
«Ed io Chiara.»
Dopo dieci minuti di chiacchiere, ebbe la conferma che si
trattava proprio di una studentessa, al terzo anno di Medicina.
Coma l’invidiava! Era così entusiasta mentre parlava dei suoi
studi e delle sue ambizioni, le luccicavano gli occhi! Da una
parte era bello constatare che c’era ancora qualcuno che credeva
o sperava fortemente in qualcosa.
La suora sembrava recitare il Santo Rosario, ma segretamente
ascoltava le due ragazze e si compiaceva che i giovani
non fossero tutti inconcludenti e maleducati come spesso si
pensa, soprattutto da parte degli adulti.
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Non si capisce davvero perché il treno diventi il luogo ideale
delle confessioni. Si incontrano degli emeriti sconosciuti e,
dopo pochi minuti, questi stessi diventano confidenti delle
cose più impensate, testimoni di racconti intimi, o comunque
molto personali.
«E così, dopo la laurea vorrei andare in Africa, ad aiutare
chi soffre, a dare il mio contributo…» continuò Francesca. La
suora ascoltava entusiasta e si lasciò sfuggire un sorriso.
Poi, sul treno trovi quelli che esagerano, che si spacciano
per altri, che si vantano di essere migliori (o peggiori) di quanto
non siano realmente. Il meccanismo è semplice: incontri
qualcuno che con ogni probabilità non vedrai mai più nella
vita (a meno che non sia una pendolare!) e ti giochi tutte le
tue carte per mostrarti al meglio, affinché nei tuoi ascoltatori
rimanga un’immagine perfetta e rispettabile, ma soprattutto
importante. E per un momento ci credi anche tu: è questo il
bello!
I lavori umili spariscono all’improvviso per cedere il posto
agli incarichi di prestigio, i titoli si sprecano, le esperienze diventano
infinite, i campi d’interesse molteplici. Alla fine del
viaggio, tutti pensano reciprocamente di aver incontrato una
persona migliore di sé. Ma è solo un bluff, un grande bluff.
Chiara non apparteneva né alla prima (i sinceri), né alla
seconda categoria (i bugiardi), però dovette sembrare appartenere
alla seconda, ma solamente per strategia e si spacciò
per…
«Sono una giornalista» lì per lì le balenò un’idea che poteva
tornarle utile «sto svolgendo un’inchiesta su religione e religiosità
oggi.»
La suora drizzò le orecchie e si mostrò alquanto interessata.
Per un po’ di giorni avrebbe avuto da mangiare e dormire,
pensò, in fin dei conti aveva solo tre o quattro euro, ormai.
Francesca scese tre fermate prima di loro, scrisse in bella
calligrafia il suo indirizzo e numero di telefono e lo lasciò a
Chiara, che sapeva benissimo non si sarebbero mai più sentite.
A questo punto sfoderò tutte le sue arti di “viaggiatore
bugiardo” (o strategico, nel suo caso) e alla fine si convinse
lei stessa. Dopo circa trenta minuti lei e suor Emilia scesero
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insieme alla piccola stazione di S. Anna, dove sorgeva l’omonimo
convento. La strategia si era dimostrata vincente.

CAPITOLO TREDICESIMO
Erano d’accordo. Chiara avrebbe vissuto presso il convento
una settimana, come se fosse stata una consorella, proprio per
osservare in modo realistico la vita delle religiose; in cambio
dell’ospitalità avrebbe sbrigato le faccende domestiche, oltre
naturalmente a inviare prontamente una copia dell’inchiesta,
appena sarebbe stata pubblicata sul notissimo settimanale.
Il convento era davvero suggestivo: così essenziale nella
forma, austero e impenetrabile, proprio come la vita delle sorelle:
così introverse e seriose.
Al mattino la sveglia era alle cinque. Tutte erano pronte in
refettorio per una tazza di latte con due fette biscottate. Alle
cinque e mezza veniva celebrata la Santa Messa e alle sei e
mezza incominciava la vita operativa. Ogni sorella aveva un
compito ben preciso: c’era chi preparava pranzo e cena, chi
sbrigava commissioni di vario genere per conto del convento,
chi si dedicava alle lezioni di canto, alla catechesi, alle visite in
ospedali e orfanotrofi, chi ancora alla raccolta di panni e cibo
per i più bisognosi. Non era certamente un ordine di clausura,
quello. Vedere tanta operosità, ma soprattutto questa apertura
e interesse attivo nei confronti degli altri, lasciò Chiara
davvero stupita. Lei aveva sempre avuto una cattiva opinione
delle suore, le considerava fredde, distaccate dal mondo e soprattutto
infelici, tristi, sempre col viso incupito, insoddisfatte
della scelta fatta, ma ora doveva ricredersi, almeno non erano
così le suore e la loro vita in quel convento.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Ogni giorno di più si meravigliava dell’operosità di quelle
donne, alcune delle quali molto giovani: una scelta di vita che
a molti poteva sembrare emarginante, ma che invece, almeno
in quel luogo, non lo era affatto.
Si respirava un’aria di ascolto, serenità, rispetto e lavoro,
tanto, soprattutto per gli altri. L’unico aspetto che proprio
non le piaceva era che queste donne apparivano sempre seriose,
non abbozzavano mai un sorriso, tutte concentrate nelle
loro attività o nella preghiera, quasi portassero nei loro volti
il peso delle sofferenze di tutto il mondo. Questo contrastava
con la loro missione e i con i principi del catechismo che insegnavano,
improntato alla gioia, al dialogo e all’armonia: era
una contraddizione che la lasciava perplessa.
In quei giorni scrisse molto e non solo per dare la parvenza
di essere una vera giornalista, ma anche e soprattutto perché
voleva “conservare” i momenti di permanenza là, desiderava
potersi servire un giorno dei pensieri e delle riflessioni su quel
posto così lontano da lei e dalla sua natura.

CAPITOLO QUINDICESIMO
Quando la madre superiore la salutò, le diede qualche vestito
e dei soldi. Era ovvio che non aveva creduto alla storia della
giornalista, però non le fece alcuna domanda, le disse solo di
stare attenta e che avrebbe pregato per lei, che le sembrava in
pena per qualcosa o qualcuno e che le augurava di cuore che
trovasse la sua strada. Chiara rimase allibita da quelle parole
e dal comportamento della donna, le sorrise, la ringraziò per
l’ospitalità, i consigli e il denaro e poi uscì.
Dietro quello scambio di cortesie si celava il segreto di
Chiara, che né la suora, né lei stessa conoscevano.
Cosa fare ora? Dove andare? L’esperienza del convento le
aveva lasciato una scia di tranquillità, si sentiva serena e pronta
ad affrontare la vita a viso aperto.
Sì, ma quale sarebbe stata la sua vita? Non lo sapeva. L’unica
e sola certezza in questo momento era che si sentiva forte,
molto forte.
In convento aveva raccolto tutte le sue energie, si era
“coccolata”, aveva visto la realtà da un altro punto di vista e
soprattutto si era resa conto che esistono tanti “mondi possibili”,
tante vite parallele. Lei doveva solo cercare la sua, o
imbattersi in essa, facendosi trovare.
Più che mai doveva seguire il suo istinto e lasciarsi guidare.
Dio o forse qualcosa d’altro aveva in programma per lei uno
di questi mondi e a lei non spettava che viverlo con tutta la
passione possibile. Chiara aveva una nuove luce negli occhi.
Questa esperienza, che doveva durare una settimana soltanto
e che invece si era prolungata per due, le aveva donato
un grande regalo: una forza nuova, una carica, una grinta positiva.
Telefonò a Silvia quella sera, glielo doveva in fin dei conti,
le disse che stava bene, di salutarle i suoi, di non preoccuparsi
e soprattutto di non cercarla: si sarebbe presto fatta viva lei.
Era sicura di sé e si sentiva in pace con se stessa.

CAPITOLO SEDICESIMO
Il vento “nuovo” portò Chiara a passeggiare per la verdissima
Toscana. Era mattino presto, poca gente in giro per le
strade, il paesaggio mozzafiato: vigneti che si perdevano a vista
d’occhio, dolci collinette e, qua e là, qualche casale, o chiesetta.
Insomma, un angolo di paradiso e tranquillità, un tuffo
in altri tempi: la natura si mescolava alla storia, alle tradizioni,
il luogo ideale per meditare e rilassarsi.
Era davvero lontana anni luce da Milano, dal paesaggio
lombardo, dai filari di pioppi, che solo pochi giorni prima avevano
fatto da scenario alla sua “fuga”. Proprio “fuga” non
era, sentiva che era qualcosa di diverso, ora respirava a pieni
polmoni e, oltre a questa splendida sensazione di libertà,
aveva profonda coscienza di se stessa. Decise che si sarebbe
trovata un lavoretto, il denaro donatole dalla sorella si sarebbe
esaurito molto presto. Il convento le aveva regalato un altro
spunto: avrebbe continuato a scrivere, l’aiutava molto a sfogarsi,
a riflettere, era quasi una terapia. Sì, qualora ne avesse
sentito la necessità, avrebbe scritto, per capire, per scegliere,
per decidere.
Il borgo di S. Anna era davvero piccolo, così camminando
Chiara raggiunse il paese successivo, molto più grande e
meno isolato.
Il borgo Cetrari era più moderno: le botteghe cedevano il
posto ai negozi e anche a qualche supermercato, le stradine
lastricate si alternavano alle provinciali più ampie, di cemento.
Anche le case non era tutte in stile medievale, ma si ergeva
qualche palazzina moderna, a più piani. Non solo agriturismo
e cascine, ma anche pensioni e piccoli alberghetti costeggiavano
le vie. Chiara decise di cominciare proprio da lì. E, albergo
dopo albergo, cercò un’occupazione.
Nel tardo pomeriggio, affamata e stanca, si sentì dire: «Non
so quanto potrò darle, né per quanto tempo avremo bisogno
di lei, sa, il nostro è un lavoro stagionale e la conduzione è
familiare… però credo che, fino a Natale compreso, il lavoro
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non mancherà.» Era stata la proprietaria a parlare, la signora
Tiziana, che dava il nome all’albergo-ristorante, gestito ormai
da oltre vent’anni. La struttura non era bellissima, né particolarmente
elegante o confacente alle caratteristiche del luogo,
l’intonaco grigiastro dava un’aria un po’ triste all’edificio, ma
lei aveva bisogno di un lavoro onesto e questo le bastava.
«Va bene, fino a quando ci sarà il lavoro mi fermerò, sono
qui di passaggio, attratta dalla bellezza del luoghi per una serie
di ricerche per conto di una casa editrice. Dovrò pur mantenermi
in qualche modo, sa, non mi rimborsano tutte le spese.
»
Fu un po’ vaga come presentazione, ma la signora non
ebbe dubbi: quella ragazza di città con voglia e bisogno di lavorare
le piacque subito, le sembrò una persona a modo, forse
solo un po’ stravagante, nulla di più.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO
Giorno dopo giorno trascorsero sei mesi, così velocemente
che Chiara nemmeno se ne accorse.
Eppure il tempo a Cetrari scorreva lento, lentissimo, scandito
dalle solite attività di paese e ravvivato solo dal vociare
di qualche turista, capitato là per caso, dalle feste di stagione,
da qualche matrimonio o evento locale. Ma a Chiara sembrò
che maggio fosse arrivato in un attimo, forse perché si sentiva
bene, a suo agio, in famiglia.
La signora Tiziana, ormai, la considerava come la sua seconda
figlia, una sorella per il piccolo Tommaso, di sette anni,
avuto in tarda età, quando ormai né lei, né il marito sembravano
crederci più. Da quando Chiara era arrivata all’albergo,
aveva portato con sé una ventata di aria fresca e tante nuove
idee. Erano riusciti persino a ristrutturare, dando un’immagine
più vivace e invitante all’albergo, ma soprattutto le due donne
erano diventate amiche e confidenti, parlavano moltissimo.
E poi Chiara aveva persino imparato a cucinare, lei che in
vita sua non si era mai fatta nemmeno due uova al tegamino!
Era quasi una del posto, era anche ingrassata un po’, aveva
un bel colorito ed era sempre di ottimo umore. Eppure non
aveva nulla e viveva in modo assolutamente semplice: lavorava
praticamente tutto il giorno, servendo a tavola, pulendo i
pavimenti, tenendo in ordine la cucina, rifacendo letti, ma era
serena.
La signora Tiziana, dal canto suo, era proprio contenta di
averle offerto quel lavoro: non solo era umile e desiderosa di
imparare, ma si era rivelata molto preziosa, soprattutto con i
turisti stranieri, con i quali comunicava in modo ineccepibile
(era pur sempre laureata in Lingue, no?). Tutti la scambiavano
per la figlia maggiore e apprezzavano i suoi modi spontanei
e freschi.
E l’amore, le amicizie? Non solo non aveva tempo, ma soprattutto
non ne aveva voglia.
Chiara aveva sì conosciuto qualcuno, ma non era riuscita a
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legare, nessuno (a parte Tiziana) poteva considerarsi sua amica,
nessuno era come Silvia. Ma Silvia in definitiva era sua amica,
lo era stata veramente? Forse no, o comunque non come
lei reputava dovesse essere l’amicizia, quella vera. L’amicizia
non di circostanza, ma quella che si basa sulla condivisione
delle esperienze, sull’affetto e sulla diversità, sul dialogo, sul
confronto, sullo scambio, quello vero e autentico. In questi
termini, Chiara non aveva nessuna amica e mai l’aveva avuta
fino ad ora.
CAPITOLO DICIOTTESIMO
«Quando ci rivedremo, Chiara?»
«Non lo so, Thomas, forse mai…»
«Cosa significa “mai”, stai scherzando?!»
«Significa che è meglio così, Thomas, non roviniamo quello
che è stato, non ne va la pena, ci faremmo solo del male.»
Si baciarono a lungo e in modo appassionato, uno di quei
baci d’addio che difficilmente si dimenticano. Eppure Chiara
si dimenticò presto di Thomas e della bella estate trascorsa
insieme.
Aveva avuto due o tre storie, alcune anche solo di una notte
e sempre con turisti, per lo più di origine straniera. Non le
interessava impegnarsi. Paura? Quasi sicuramente sì, comunque
non aveva ancora trovato una persona così speciale da
farle cambiare idea, da farle superare tutti i suoi dubbi e le sue
barriere.
Con Thomas, però, era stato diverso. Era un ragazzo inglese,
più giovane di lei, che aveva trascorso tutta l’estate in viaggio
per l’Italia; dopo qualche giorno che si trovava a Cetrari,
aveva cambiato completamente percorso e si era fermato in
Toscana per stare con lei, prima con l’intento di conoscerla
meglio e poi perché se ne era innamorato, almeno così credeva.
Chiara aveva capito che Thomas si era innamorato di lei e
non se la sentiva affatto di fargli delle promesse che poi non
avrebbe potuto mantenere. Era stato così dolce e premuroso,
attento e gentile, non voleva ferirlo o prenderlo in giro. Forse
per l’età più giovane, o per carattere, comunque con lei si era
sempre comportato in modo davvero premuroso, coprendola
di complimenti e attenzioni e facendola sentire speciale, ma
lei non lo amava, gli piaceva molto, tutto qui: una banale attrazione
e nulla di più. Avevano noleggiato un’automobile e
nel tempo libero di Chiara avevano girato in lungo e in largo
la Toscana: Thomas era entusiasta e giurava di trasferirsi lì, era
incantato da quei luoghi e soprattutto da lei.
Ma ora era bene che si mettesse fine anche a questa infatuazione:
era stato bello, appunto “era”.

CAPITOLO DICIANNOVESIMO
«Devo andar via, Tiziana. È arrivato il momento. Non posso
più stare qui» esclamò Chiara un po’ agitata, scendendo di
buon mattino nella sala da pranzo, già pronta per le colazioni.
«Ma cosa stai dicendo?!»
«Ho fatto la mia esperienza, non fraintendermi, sono stata
benissimo qui da voi, ho trovato una vera famiglia, ma ora
devo prendere la mia strada, non posso più fermarmi, cerca
di capirmi.»
«Hai ragione, Chiara, tu non sei una ragazza di paese, ti
senti inadeguata qua, hai bisogno di trovare una professione
più simile alla tua natura…»
«Non è solo questo» rispose con tono triste «è meglio che
io vada, te lo assicuro.»
Era meglio non solo per lei e per la “sua strada”, ma anche
e soprattutto per Tiziana, che non si fece venire dubbi da
quell’improvvisa notizia e credette alle parole di Chiara, che si
sa, era un po’ strana a volte e prendeva le decisioni in modo
imprevisto.
Non pensò mai ci fosse qualcosa sotto. E invece c’era.
Chiara l’abbracciò fortissimo, diede un bacio al piccolo Tommaso
e poi andò via con le sue cose, partendo alla volta di
Perugia.
Tiziana si lasciò sfuggire solo un «Stai attenta e chiama se
hai bisogno.»
Sapeva, infatti, quanto Chiara si infastidisse per le raccomandazioni,
ma non poté farne a meno, almeno questa volta.

CAPITOLO VENTESIMO
Qualcosa sotto c’era, eccome. Chiara era rimasta sconcertata.
Era quasi un anno che lavorava e abitava in quell’albergo e
mai le era sembrato di poter interessare a Fernando, né le era
parso che fra lui e Tiziana ci fossero problemi.
E perché lui si era deciso proprio quella mattina e non
un’altra? Cosa aveva mai fatto a quel signore di mezza età,
da indurlo a credere che potesse interessarle?! Era a dir poco
stranita.
Lo aveva forse provocato in qualche modo? No, non le
sembrava davvero. L’aspetto triste era che lui si era mostrato
proprio convinto: l’aveva avvicinata nella sala da pranzo ancora
vuota e, tentando di baciarla, le aveva sussurrato: «Chiara,
so che anche tu provi quello che sento io, lasciamo tutto e
scappiamo insieme. È da quando ti ho vista qui la prima volta
che ho capito che mi piacevi e tanto. Solo ora, però, ho avuto
il coraggio di dirtelo, vieni via con me, sono pronto a tutto
pur di stare con te.»
Si era sentita annichilita, le sembrava, e non a torto, di avere
a che fare con un pazzo.
«Non sai davvero quello che stai dicendo, Fernando» rispose
molto seccata e uscì dalla sala, sbattendo la porta. Corse
subito in camera a preparare le valigie.
Non aveva nessun ripensamento: sarebbe partita immediatamente.
Solo un pensiero le vagava per la mente: non sapeva
perché, ma si sentiva terribilmente in colpa. Averlo visto e
sentito così deciso, le aveva messo in testa che forse gli aveva
fatto intendere qualcosa. In un modo o nell’altro, si sentiva
profondamente a disagio e questa era la prima volta da quando
viveva là.
Finiva sempre col piacere alle persone sbagliate. Ma perché?
Cosa c’era in lei che non andava? Appena trovava l’equilibrio,
accadeva qualcosa a turbarlo e a confondere lei. Comunque,
di una cosa si sentiva certa ora, ossia che andarsene
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era la scelta migliore e che questo spiacevole episodio le aveva
dato la spinta a staccare il “cordone ombelicale” con Tiziana,
l’albergo, la vita tranquilla di paese, il lavoretto.
In fin dei conti cosa aveva fatto da quando era partita in
cerca della libertà? Era passata dalla prigione della sua bella
casa “dorata” al rifugio sicuro della signora Tiziana. Si era
sentita tanto forte, ma in realtà non aveva ancora affrontato
il mondo, non aveva avuto il coraggio di sfidare la vita a viso
aperto, come si era riproposta.
Le intenzioni all’inizio del suo viaggio erano diverse: era
tempo, ormai, per ascoltarle dal profondo e cercare di metterle
in pratica.
Doveva farcela, ma da sola, con le sue forze. Doveva capire
cosa fare “da grande”: solo stando con se stessa sarebbe
riuscita a scoprirlo. Era ora di uscire dal guscio.
CAPITOLO VENTUNESIMO
Tutto sommato, aveva messo soldi da parte a sufficienza
per stare tranquilla per un po’, senza doversi dedicare subito
alla ricerca affannosa di un lavoro.
Per qualche giorno avrebbe fatto la “turista”, anche per
acclimatarsi con la città. Arrivò a Perugia poco dopo pranzo,
entrò in un piccolo bar e si concesse un’ottima cioccolata calda:
l’aria frizzantina dell’autunno incominciava davvero a farsi
sentire e lei sentiva freddo. Si fece consigliare un itinerario dal
barista e incominciò a visitare la città. Scattò molte fotografie,
lasciandosi incantare dalla bellezza dei monumenti, dall’Università,
dalle biciclette (perché mai tanti studenti usavano la
bici?) e dalla vista che in una piazza del centro si spingeva fino
ad Assisi. Non sapeva affatto quanto si sarebbe fermata, ma
respirare l’aria di città (chiaramente non quella atmosferica!)
dopo tanto tempo trascorso in campagna le fece pensare che
forse il suo soggiorno non sarebbe stato così breve.
In definitiva, non aveva ancora capito cosa volesse: se la
quiete e la natura del paese, oppure la frenesia e i ritmi della
città, forse doveva trovare una via di mezzo e Perugia, almeno
a primo acchito, sembrava accontentarla.

CAPITOLO VENTIDUESIMO
Dormì in un albergo del centro, proprio vicino all’ascensore
che trasportava turisti e perugini da una parte all’altra
della città.
Il giorno seguente acquistò qualche giornale per cercare
casa e lavoro, va bene che non si era voluta dare fretta, però
doveva pur cominciare! Mentre leggeva le inserzioni, girava a
piedi, scovando annunci e recandosi al momento in pub e negozi.
Alla fine la sua scelta era caduta sugli esercizi commerciali,
per i quali sentiva di avere una certa esperienza. Lavorare
con la gente le era sempre piaciuto: era aperta e socievole e
la giornata le scorreva via in modo più gradevole rispetto a
un lavoro d’ufficio, che con il suo titolo avrebbe sicuramente
trovato.
Al termine della giornata era esausta: aveva camminato per
ore e non aveva trovato nulla che la convincesse davvero.
Dopo cinque giorni di ricerche e camminate, trovò finalmente
un’occupazione: avrebbe lavorato in un locale del centro,
per il momento “in prova”. Era contenta, così avrebbe
potuto conoscere un po’ di gente e magari farsi anche degli
amici.
Ora però doveva cercare casa, non poteva permettersi di
dormire in albergo! Considerando gli orari del pub e soprattutto
il fatto che non aveva una macchina, aveva la necessità
di trovare un appartamento vicino e temeva molto i prezzi del
canone. Dopo circa dieci giorni, riuscì a ottenere una buona
condivisione con una ragazza universitaria, iscritta all’ultimo
anno di Scienze Politiche: Anna. Le piacque subito, appena la
conobbe, perché era riservata, non faceva domande, era ordinata
e pulita, la qual cosa non era da poco in un appartamento
così piccolo!
A dire il vero, non ebbe modo di conoscerla così a fondo,
perché lavorando di notte aveva rarissime occasioni di
trascorrere del tempo con lei, però sentiva che le piaceva. Il
week-end lo trascorreva a Roma dal suo ragazzo, un certo
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Piero, architetto. Durante le feste andava a casa, un piccolo
paese dell’entroterra campano. Gli scambi di parola e i pasti
consumati insieme erano davvero pochissimi, ma sufficienti a
farle avere una buona opinione di lei.
CAPITOLO VENTITREESIMO
Chiara stava bene. Il lavoro le piaceva, non si annoiava mai
e poi aveva trovato degli amici o comunque delle persone con
cui uscire e divertirsi.
La sua vita era molto cambiata da quella di Cetrari: solo
si sentiva un po’ stanca, non era stato facile invertire i ritmi e
capovolgere il ciclo giorno-notte. Le sue giornate libere le trascorreva
in giro, prendendo appunti (abitudine che dai tempi
del convento non aveva più abbandonato).
A Perugia le venne un’altra mania, che presto si trasformò
in vera passione: la fotografia. Incominciò a fotografare
paesaggi, oggetti, volti, si fece sempre più forte in lei il senso
di “fermare” il tempo, di bloccare i momenti e le emozioni,
quelle degli altri, però. Quanto alle sue, preferiva non mostrarle
e nasconderle anche a se stessa. Fin da bambina era
stata così, ora era ancora più chiusa, sebbene chi la conoscesse,
la considerava socievole e aperta.

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO
Anna si laureava, avrebbe lasciato la casa.
Sì, erano già trascorsi sei mesi, sembrava incredibile. Avrebbe
dovuto cercare un’altra coinquilina, oppure, alla veneranda
età di ventotto anni e con uno stipendio dignitoso, avrebbe
finalmente deciso di starsene da sola?! In fin dei conti non era
stato ugualmente così in questi ultimi tempi? Quante volte
aveva visto Anna, quanto e cosa aveva diviso insieme, a parte
l’affitto? Le loro vite scorrevano parallele, non c’era mai stato
un vero scambio fra loro, solo una simpatia “a pelle”, tutto
qui.
Allora perché si sentiva così triste? Forse la parola giusta
non era tristezza, ma paura. Ancora una volta questo sentimento
si impadroniva di lei, sì, Anna non c’era mai, loro due
non si vedevano, eppure sapeva che era lì, avvertiva la sua
presenza, la sentiva uscire presto al mattino, quando lei era
appena rientrata, vedeva i suoi panni stesi in bagno. A Natale
le aveva persino regalato un golfino di lana, accompagnato da
un biglietto: “So che a Natale resterai sola, cerca di divertirti
e per una volta vivi le emozioni”. Cosa aveva voluto dirle con
quel biglietto? Forse Anna l’aveva capita molto meglio di altre
persone, che trascorrevano con lei più tempo.
Chiara non le aveva mai chiesto il significato di quella frase,
si era limitata a ringraziarla per il regalo, che per altro non
aveva ricambiato.

CAPITOLO VENTICINQUESIMO
Anna si laureò con il massimo dei voti e partì per il suo
paese d’origine, in provincia di Benevento.
Chiara la invidiava, in senso buono naturalmente; vedeva
di buon occhio i suoi sani principi, la sua modestia e tenacia
e, nonostante non fosse ambiziosa (cosa che di lei non le piaceva),
la considerava però molto sicura di sé e di quello che
voleva fare nella vita. Per lei Anna era una ragazza che viveva
con passione: per il suo fidanzato, per gli studi, per la famiglia,
per il senso del dovere, per ogni cosa facesse. Non aveva
grandi pretese, ma era generosa, sensibile e soprattutto umile,
caratteristica che Chiara ammirava moltissimo nelle persone.
Al momento di salutarsi, si abbracciarono forte e, ancora
non si spiegava perché, Chiara le consegnò il quaderno nel
quale erano contenuti tutti gli appunti che fino ad ora (dal
tempo del convento) lei aveva annotato. Le era parso un regalo
importante e soprattutto spontaneo: lei, che forse meglio di
altri l’aveva compresa, diventava custode delle sue sensazioni
e riflessioni più profonde. Da quel momento non scrisse più
nulla, quasi che in quel gesto si fosse chiuso un ciclo.
Prima di lasciarla partire, le scattò una fotografia, che poi
le spedì per posta, dicendole: «Ecco, ora sei fra i miei ricordi.
Buona fortuna!» Poi rimase sola, senza una guida, senza
una presenza, che, seppur silenziosa, potesse in qualche modo
“proteggerla” da sé e dai suoi pensieri.

CAPITOLO VENTISEESIMO
Pensò di personalizzare un po’ l’appartamento, che anche
se non molto spazioso era ben diviso e sfruttabile, soprattutto
ora che era rimasta sola.
Verniciò le pareti di giallo e arancio sfumato, comprò delle
tendine colorate per l’angolo-cucina e appese le fotografie
più belle nella sua camera e qualche paesaggio anche nell’ex
stanza di Anna, che diventò ufficialmente un piccolo salotto.
Era la prima volta che esponeva i suoi ritratti. Non disse mai
a chi li apprezzava che si trattava di scatti suoi, ma che li aveva
acquistati sulle bancarelle del mercato dell’usato.
Trasformò il ripostiglio in una camera oscura e incominciò
a sviluppare e stampare da sé le fotografie, dopo aver acquistato
anche una macchina professionale, con tanto di cavalletto.
Incominciò a dedicarsi alla fotografia in modo esclusivo, ogni
volta che aveva tempo libero, e divenne una vera passione.

CAPITOLO VENTISETTESIMO
A Perugia si trovava proprio bene, ma aveva già “succhiato”
abbastanza di questa città, così, appena aveva l’occasione
e il tempo, viaggiava. Con i risparmi aveva acquistato una motocicletta
di seconda mano, con la quale si muoveva tantissimo:
Roma, i paesaggi umbri, il litorale toscano.
Si concesse anche una mini-vacanza in Corsica durante le
vacanze di Pasqua. Poi prese il via anche all’estero: Africa,
soprattutto il continente nero suscitò in lei le emozioni più
belle e fece da sfondo alle fotografie più suggestive; ci andò
più volte e tornando in Italia veniva sempre colta da una sorta
di malinconia e dal vivo desiderio di ritornarci al più presto.
Quello che più la colpiva, oltre al paesaggio e all’ambiente,
era soprattutto l’aspetto umano, la gente: fra quelle persone
spiccava non solo la povertà, per altro dignitosamente vissuta,
ma anche e soprattutto l’allegria. Sui loro visi c’era sempre un
sorriso, per tutti. Capì che forse non era così retorico pensare
che chi ha veramente poco, gode delle piccole cose. Scattò
moltissime fotografie, in particolare ritratti, genere al quale
si stava sempre più avvicinando e verso il quale stava anche
affinando la tecnica.
Negli ultimi mesi, la sua vita era stata scandita dai viaggi,
dal lavoro, ma soprattutto dalle fotografie: scattava, sviluppava
e stampava. Durante la notte continuava a lavorare al
pub, aveva perso la verve di un tempo e si divertiva meno,
ma aveva bisogno di soldi ed effettivamente con quel lavoro
guadagnava abbastanza bene.
Col tempo Chiara prese l’abitudine di andare sempre più
spesso in biblioteca, benché il caldo di maggio cominciasse a
farsi sentire.
Dormiva molto poco, nonostante tutti questi mesi ancora
non aveva preso l’abitudine di riposarsi bene durante il giorno,
per lei il sonno della notte era insostituibile: se ne rendeva
conto quando aveva la pausa o era in vacanza.
Così di giorno era instancabile: leggeva molto, con avidità,
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di tutto, soprattutto romanzi e classici, finché un giorno fu
colpita da un manuale di fotografia e, scettica sul fatto che dai
libri si potessero trovare tecniche per “immortalare emozioni”,
lo consultò ugualmente e da quello ne lesse molti altri,
che smentirono i suoi pregiudizi iniziali.
Certo il talento e la passione erano qualcosa che la Natura
offriva, ma la tecnica poteva aiutare e molto. Incominciò a
conoscere, studiare e mettere in pratica tecniche, effetti e ritocchi.
Comprò anche un pc e con quello studiò i programmi
di grafica e manipolazione delle immagini. Non amava molto
“alterare la realtà”, preferiva le fotografie non ritoccate, alla
“vecchia maniera”, però era giusto aggiornarsi, e perché no
in alcuni occasioni divertirsi anche un po’, con l’aiuto della
tecnologia.
CAPITOLO VENTOTTESIMO
Era già stata là altre volte: quel piccolo ristorante sul litorale
toscano aveva un panorama bellissimo, davvero rilassante e
la cucina era semplice e genuina.
Ormai conosceva quasi tutti, a parte qualche turista occasionale,
ma ancora era troppo presto perché la spiaggia e i
localini della costa si riempissero a dismisura, ancora troppo
presto perché il vociare dei bagnanti della domenica risuonasse
allegramente.
Di solito il ristorante “Alba”, per quanto lo conosceva lei,
era frequentato da clienti abituali, per lo più gente del posto:
lavoratori, o famiglie della zona che nel week-end si concedevano
un pranzo o una cena fuori.
Quel piccolo gruppo però le era del tutto estraneo ed attirò
subito la sua attenzione: una signora di mezza età, dall’apparenza
molto borghese, un ragazzo giovane dalle fattezze un
po’ effeminate e un uomo sulla quarantina, anno più, anno
meno.
In particolare, fu proprio il quarantenne ad incuriosirla,
sebbene fosse il personaggio più comune, almeno fisicamente.
Certo era di bell’aspetto, ben vestito, curato, anche se con
un atteggiamento molto informale, ma non poteva destare la
curiosità più degli altri due, che apparivano come due “macchiette”.
Eppure Chiara, senza sapere cosa esattamente potesse
piacerle di quell’estraneo, ne fu immediatamente affascinata.
Finì non solo per osservare tutto quello che stava mangiando,
ma persino ad orecchiare quello che i tre si dicevano. Era
una cosa davvero imbarazzante! Non le era mai successo di
prestare ascolto a quello che persone sconosciute si dicevano,
le era sempre parso non solo di cattiva educazione, ma molto
stupido, ma non riuscì proprio ad evitarlo: fu più forte di lei.
Non capì molto, comprendeva qualche parola qua e là: i
tre parlavano di arte, di opere antiche di un certo valore, che
dovevano essere vendute, così le era sembrato. L’affascinante
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quarantenne (almeno per lei lo era) appariva molto sicuro di
sé e parlava con grande proprietà di linguaggio, suscitando il
vivo interesse dei suoi interlocutori che lo lasciavano proseguire,
intervenendo molto raramente.
Quel pranzo domenicale fu molto lungo e quando uscì dal
ristorante, lasciando i tre ancora dentro, non c’era più una
bella luce per fare gli scatti a cui aveva pensato, così preferì
avviarsi verso Perugia.
Durante il viaggio di ritorno non fece che pensare a quell’uomo
e fu colpita da questo suo pensiero fisso: perché mai
doveva interessarle uno sconosciuto, visto in un ristorante,
del quale non sapeva assolutamente nulla? La cosa era veramente
assurda, anche perché non solo l’attraeva fisicamente
(questo sarebbe stato del tutto normale), ma si sentiva affascinata
dalla sua persona.
CAPITOLO VENTINOVESIMO
Per tutta la settimana non fece che pensare a lui; mentre
lavorava al pub, o sviluppava vecchi scatti, le sembrava di vederlo
nel volto di un ritratto o di un passante che chiedeva un
caffè: era assurdo.
Non poteva pensare a uno sconosciuto così intensamente,
perché doveva interessarle in questo modo? La faccenda stava
diventando ossessiva.
Si decise a smetterla e a razionalizzare, la cosa non aveva
alcun senso. Probabilmente non lo avrebbe mai rivisto in vita
sua, quindi era del tutto inutile farsi del male e continuare a
pensarci.
La domenica successiva preferì non andare da “Alba”, sebbene
la giornata fosse splendida e ci fosse proprio la luce adatta
per quegli scatti a cui aveva pensato la settimana precedente.
Era meglio rimandare: non voleva farsi false illusioni e sperare,
o peggio ancora, pregare di incontrarlo. E poi, anche se lo
avesse incontrato, cosa mai gli avrebbe detto, come avrebbe
fatto a conoscerlo? E, comunque, perché conoscerlo?

CAPITOLO TRENTESIMO
Trascorse circa tre settimane, tornò al ristorantino sul litorale;
era ormai giugno inoltrato e la quiete tipica di quel
posto stava per essere travolta dai turisti, comunque ancora
per poco tempo era possibile sedersi sulla spiaggia e rilassarsi
un po’.
È proprio quello che fece, dopo aver pranzato da “Alba”.
Terminato il suo branzino al limone, raggiunse la spiaggia e
volle rilassarsi un po’, prima di mettersi al lavoro, o “dare sfogo
alle sue emozioni”, come le piaceva definire la fotografia,
vero e unico amore della sua vita.
Non aveva più pensato a quell’uomo, anche se forse un po’
di delusione le era venuta, almeno per un attimo, quando stava
pranzando. Ma poi si era domandata: «Perché avrei dovuto
rincontrarlo? Probabilmente era qui solo di passaggio tre domeniche
fa.» Questo tormentone di domande e risposte per
fortuna fu breve e Chiara tornò presto al suo branzino.
Si ritrovò dopo pochi minuti in spiaggia. Stava sfogliando
una rivista, una di quelle piene di gossip e nulla più, di solito
preferiva letture più impegnate, ma il pettegolezzo era quello
che serviva in questo momento: aveva lavorato tantissimo in
quella settimana, era stanca e non voleva pensieri, pensò che
una lettura frivola fosse la più indicata a distrarla un po’.
Fu proprio allora che lo vide: in lontananza c’era un uomo
che giocava con un cane e lei fu subito certa che si trattasse di
lui. Che fare? Pensò di non fare proprio nulla: se il caso aveva
voluto che si rincontrassero, avrebbe fatto anche qualcosa per
farli conoscere. Affidandosi al destino, dunque, riprese a leggere
e non si accorse che lui si stava avvicinando.
«Così l’erede al trono di Spagna si sposerà presto?» le chiese
lui, riferendosi a una pagina piegata della rivista. Chiara
arrossì tantissimo, avrebbe voluto sprofondare nella sabbia,
certamente non le sembrava un buon biglietto da visita presentarsi
come una cultrice del gossip; farfugliò qualcosa e poi
disse: «Viene spesso qui?»
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«Quasi ogni fine settimana, a partire da qualche mese fa.
Sono qui per lavoro, ma devo dire che non mi dispiace affatto:
questi luoghi sono bellissimi e molto riposanti».
«Fino a quando non arriveranno bagnanti e turisti alla caccia
del fazzoletto di spiaggia…»
«Per allora, avrò già terminato il mio lavoro, mi auguro.»
«Devo dedurre che non le piace la confusione, quindi…»
«Dipende… diciamo che mi piace molto la buona compagnia,
ma non l’eccessiva confusione, anche se questo va in
contraddizione con il mio lavoro, che fra l’altro mi piace molto:
lavoro in un pub…»
«Strano, pensavo che facesse la fotografa, che effettivamente
si addice di più a una persona solitaria e riflessiva…»
«Come... come fa a sapere che…»
«L’ho vista circa un mese fa sulla spiaggia, mentre studiava
la luce, spostava il suo cavalletto e con grandissima pazienza
aspettava il momento giusto per scattare. Mi ha colpito il suo
modo attento e scrupoloso di lavorare. Si capiva che non era
un’attività casuale, un passatempo, ma una vera passione, fatta
con dedizione e studio.»
«Le sue parole mi colpiscono davvero, nessuno prima
d’ora, tranne me, aveva descritto in modo così preciso cosa
significhi per me fotografare.»
«Poi l’ho rivista al ristorante qualche tempo dopo; finito
il mio pranzo di lavoro, avrei voluto parlarle, magari davanti
a un caffè, ma lei è andata via subito…» Quindi anche lui
l’aveva notata e addirittura prima di lei: era felicissima solo
all’idea.
La conversazione si fece ancora più informale.
«Come si chiama?»
«Chi?»
«Il cane»
«Igor, io, comunque, mi chiamo Umberto.»
«Molto piacere, Chiara e scusi per la faccenda del cane, era
ovvio che volevo sapere anche il suo di nome, ma…»
«Non si preoccupi, anch’io sono un po’imbarazzato, non
capita tanto spesso di questi tempi scambiare qualche parola,
così per il semplice gusto di chiacchierare, non trova?»
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Veramente lei stava facendo di più che scambiare qualche
parola… comunque rispose: «Eh, sì, è un lusso che ci si concede
raramente, anche perché c’è tanta, anzi troppa diffidenza
al giorno d’oggi.»
«Le va se la osservo mentre è all’opera?» La richiesta le